Edoardo Sanguineti – Ballata delle donne

scritto il 19 maggio 2010 da Francesco Carofiglio


Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

Natsume Sòseki – Io sono un gatto

scritto il 10 gennaio 2010 da Francesco Carofiglio

Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho. Dove sono nato? Non ne ho la più vaga idea. Ricordo soltanto che miagolavo disperatamente in un posto umido e oscuro. E’ lì che per la prima volta ho visto un essere umano. Provai un senso di vertigine quando mi mise sul palmo della mano e mi sollevò per aria. Appena ritrovai una certa stabilità lo guardai in faccia. Che creatura curiosa, pensai. E questa impressione di stranezza la conservo ancora.

Jack London – Zanna Bianca

scritto il 8 gennaio 2010 da Francesco Carofiglio

Foreste cupe di abeti rossi s’affacciavano sulle rive del fiume gelato. Un vento recente aveva strappato dai rami il mantello di ghiaccio e nella luce dell’imbrunire gli alberi parevano appoggiarsi l’uno all’altro, neri e minacciosi. Un vasto silenzio avvolgeva il paesaggio. E il paesaggio stesso era desolato, senza vita. Vi aleggiava un cenno di risata, una risata più terribile di ogni tristezza: una risata senza gioia come il sorriso della sfinge, fredda come il gelo e percorsa dalla caparbia ferocia dell’infallibilità. Era l’imperiosa e incomunicabile saggezza dell’eternità, che sbeffeggia la futilità della vita e l’affanno del vivere. Era il mondo selvaggio, il mondo selvaggio del Nord, aspro, crudele, ghiacciato fino al cuore.
Eppure c’era vita su quella terra, e vi si muoveva come una sfida. Lungo il fiume gelato marciava una fila di cani lupo, col pelo ispido coperto di ghiaccio.

Virginia Woolf – Le onde

scritto il 2 gennaio 2010 da Francesco Carofiglio

Ma ora, senza corpo nè dimora, attraverso la campagna, e tutto mi pare un sogno, vago. I pensieri cattivi, l’invidia, l’amarezza non hanno presa su di me. Sono un passante effimero, su cui hanno potere solo i sogni e i suoni del giardino, quando di mattina presto i petali galleggiano in profondità sconfinate e gli uccelli cantano. Precipito, e mi immergo nell’acqua lucente dell’infanzia.

Charles Monroe Schulz – Peanuts

scritto il 11 dicembre 2009 da Francesco Carofiglio

Oscar Wilde – Il ritratto di Dorian Gray

scritto il 27 novembre 2009 da Francesco Carofiglio

Lo studio era pieno dell’intenso odore delle rose e, quando il dolce vento d’estate serpeggiava fra gli alberi del giardino, per la porta aperta entrava la pesante fragranza dei lillà o il profumo più sottile dei rovi in fiore.
Dall’angolo del divano ricoperto di tappeti persiani, sul quale giaceva, fumando, com’era sua abitudine, innumerevoli sigarette, Lord Henry Wotton poteva appena afferrare il barlume giallo miele dei dolci fiori di un citiso, i cui tremuli rami pareva che non ce la facessero a sopportare il peso di una bellezza così fiammeggiante; e, a tratti, fantastiche ombre di uccelli svolazzavano attraverso le lunghe tende di seta tussorina tirate davanti all’immensa finestra, producendo una specie di momentaneo effetto giapponese e facendogli pensare a quei pallidi pittori di Tokyo dal viso di giada, i quali, mediante un’arte che è per necessità immobile, cercano di suggerire il senso della rapidità e del movimento.

Sylvia Plath – La campana di vetro

scritto il 23 novembre 2009 da Francesco Carofiglio

Mi sembrava che la cosa più bella del mondo doveva essere l’ombra, le mille mobili forme e i mille anfratti dell’ombra. C’era ombra nei cassetti delle scrivanie, negli armadi, nelle valigie, ombra sotto le case, gli alberi, le pietre, ombra dietro gli occhi e i sorrisi della gente, e ombra, miglia e miglia e miglia di ombra, sulla faccia notturna della terra.

Edmond Rostand – Cyrano de Bergerac

scritto il 10 novembre 2009 da Francesco Carofiglio

Orsù che dovrei fare?
Cercarmi un protettore, eleggermi un signore,
e dell’ellera a guisa che dell’olmo tutore
accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza,
arrampicarmi invece di salir per forza?
No, grazie!
dedicar com’usa ogni ghiottone,
dei versi ai finanzieri? Far l’arte del buffone
pur di veder al fine le labbra di un potente
schiudersi in un sorriso benigno e promettente?
No, grazie!
saziarsi di rospi? Digerire
lo stomaco per forza dell’andare e venire?
consumar le ginocchia? misurar le altrui scale?
far continui prodigi di agilità dorsale?
No, grazie!
accarezzare con mano abile e scaltra
la capra e intanto il cavolo annaffiare con l’altra?
e aver sempre il turibolo sotto de l’altrui mento
per la divina gioia del mutuo incensamento?
No, grazie!
progredire per girone in girone,
diventare un grand’uomo tra cinquanta persone,
e navigar con remi di madrigali, e avere
per buon vento i sospiri di vecchie fattucchiere?
No, grazie!
Pubblicare presso un buon editore,
pagando, i propri versi?
No, grazie dell’onore!
Brigar per farsi eleggere papa nei concistori
che per entro le bettole tengono i ciurmatori?
sudar per farsi un nome su di un piccol sonetto
anzi che scriverne altri? Scoprire ingegno eletto
agl’incapaci, ai grulli; alle talpe dare ali,
lasciarsi sbigottire dal rumor dei giornali?
e sempre sospirare, pregare a mani tese:
Purché il mio nome appaia nel “Mercurio Francese?”
No, grazie!
Calcolare, tremar tutta la vita
far più tosto una visita che una strofa tornita,
scrivere suppliche, qua e la farsi presentare?
Grazie no, grazie no, grazie no!
Ma….cantare,
sognar sereno e gaio, libero, indipendente,
aver l’occhio sicuro e la voce possente,
mettersi quando piaccia il feltro di traverso,
per un sì, per un no, battersi o fare un verso!
Lavorar, senza cura di gloria o di fortuna,
a qual sia più gradito viaggio, nella luna!
Nulla che sia farina d’altri scrivere, e poi
modestamente dirsi: ragazzo mio, tu puoi
tenerti pago al frutto, pago al fiore, alla foglia
purché nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccolga!
Poi se venga il trionfo, per fortuna o per arte,
non dover darne a Cesare la più piccola parte,
aver tutta la palma della meta compita,
e, disdegnado d’essere l’ellera parassita,
pur non la quercia essendo, o il gran tiglio fronzuto
salir anche non in alto, ma salir senza aiuto
!

Charles Dickens – David Copperfield

scritto il 6 novembre 2009 da Francesco Carofiglio

Se mi accadrà di essere io stesso l’eroe della mia vita o se questa parte verrà sostenuta da qualche altro, lo diranno queste pagine. Per iniziare la mia vita proprio dal principio, ricorderò che nacqui (cosí mi hanno informato e cosí credo) un venerdí, a mezzanotte. Si notò che il pendolo prese a battere e io a strillare, simultaneamente.
Tenuto conto del giorno e dell’ora della mia nascita, la levatrice, e certe discrete comari del vicinato che s’erano vivamente interessate di me vari mesi prima che ci fosse possibilità alcuna che facessimo una personale conoscenza, dichiararono – primo – ch’ero destinato nella mia vita alla sventura, e – secondo – che avevo la prerogativa di vedere fantasmi e spiriti: doni questi, l’uno e l’altro, che vanno inevitabilmente legati, com’esse credevano, a tutti gli infelici pargoli dell’uno e dell’altro sesso che nascono nelle ore piccole della notte del venerdí.
Non è necessario che dica altro qui sul primo punto, giacché nulla meglio della mia storia potrà mostrare se questa predizione fu confermata o contraddetta dagli avvenimenti.

Bill Bryson – Vestivamo da Superman

scritto il 5 novembre 2009 da Francesco Carofiglio

Nel complesso, la mia infanzia è stata abbastanza buona. I miei genitori erano pazienti e normali, su per giù. Non mi tenevano legato in cantina. Non mi chiamavano “quello”. Crescere era facile. Non richiedeva alcun pensiero o sforzo da parte mia. Sarebbe accaduto comunque. Eppure quello è stato di gran lunga il periodo più spaventoso, emozionante, problematico, spensierato, confuso, sereno e snervante della mia vita. E guarda caso, lo è stato anche per l’America.